Ad Andrea Semerano

 

 

Biagio Cepollaro

 

Da strato a strato

 

1.

pare che due siano i versanti

i lati combacianti di ogni bocca:

l’opera stesa tra la festa

della sua vita solitaria

e l’attesa del suo svolgersi

nel mondo

 

e pare che il mondo invece

non poggi su se stesso

ma tiri per schegge

e per strattoni dove poco

conti il lavoro il saper

fare ma una generalizzata

logica dell’audience:

qui in rete tutti si mettono

a parlare e più nessuno

o quasi ascolta

 

 

2.

ma il muro che guardato per più

di un secondo rivela l’opera

non intenzionale degli accidenti

la coincidenza delle forme

e dei colori stinti il favore

delle intemperie e del teppista

che vi traccia il segno: di questa

abbondanza pullula ogni strada

della città mentre la pioggia

in basso defluisce nell’esitazione

dei passi e nell’improvvisa distrazione

 

oggi mi parlano questi segni

galleggianti sotto la corrente

dei detti: se vuoi ancora

trovare il mondo

evita il suo racconto

 

3.

e non si tratta di chiedere

formale innovazione che nuova

è la situazione del dire: l’opera

ricapitolando si faceva di un passo

più avanti ma ora anche i più

spediti passi sono fuori

dal tempo che sparendo

il tempo anche la strada

si disfa:

ci muoviamo tutti

nell’aria e ognuno è suo

malgrado centro

di nulla

 

4.

è come in treno la complicità

di passeggero: ti tirano dentro

con un noi tra gli altri

e prenotati i posti a sedere

viene su un ordine rassicurante

delle cose: e le parole seguono

già comprese nel biglietto

e nella destinazione: tra due punti

il dire di sé si riassume

come in un passaggio per radio

 

s’inganna il tempo con la sospensione

come se scesi e dispersi

di lì a poco non fosse ancora

tempo lo squillo

del cellulare l’agenda

il riprendersi col passo

veloce un tono

 

 

5.

ora ogni volta che ci ritroviamo

a turno si dice della cappa

che ci sovrasta e sembra privato

dispetto e invece è pubblico

stato di prostrazione :

ma non già per il voto

che misuri oggi questo

male moltiplicato per la massa

ma è sotto la grandine dei detti

che piove e dentro ai bar

 

anche per scrivere

una comunità ci vuole

anche per un solo segno

la pagina

 

e suppone il respiro

l’aria

 

6.

 

ora lavori di confidenza a piccoli

passi provi aspetti che il fondo

asciughi

fai dello strumento il fine

cògli della colla non il suo sparire

tra i pezzi combacianti

ma la sua qualità di materia

il suo spessore ignorato

la sua possibilità di farsi

discorso

articoli ciò che non prevede

alfabeto: come all’inizio

affacciato sul dire ti trovavi

con un mondo occupato

e in assenza ormai di storia

scendi dal treno e dal viaggio

poni mente al cartello

ai buchi alla ruggine

all’usura del blu e del bianco

il resto è parola il resto è rumore

 

 

7.

vedi come le parole non vanno

a pescare l’incanto delle distanze

come poco giocano tra loro

lo spazio di metafore e come

poco drammatiche s’appuntano

in cima ad un’allegoria:

non è tempo questo per fare

delle parole forbìto gioco

è piuttosto richiesta la durezza

di verbo che accompagna

ciò che verbo ostinatamente

non è:

è ancora l’attrito che conta

e la resistenza

della materia ma non quella

aulica oggi di maniera

di chi fa solo letteratura

questa che dico è dura presa

diretta

è incisione graffio velatura

di catrame questo è cemento

e gesso è presente dipintura

 

 

8.

se è niente semplicemente se occorre

solo rassegnazione per lo spazio dato

e concluso oppure è vero che l’umano

ha avuto in sorte questo mestiere

di cerniera di strato intermedio

tra il senza verbo

delle cose

e l’al di là

di ogni detto che pura energia

ha smosso a farsi nel tempo

manifestazione

di certo è una fantasia senza tempo

che travalica la perdita secca

il semplice mattone sopra il tumulo

le due frasi che chiudono

di circostanza

 

intanto a stare stretti alle cose

c’è una bellezza e c’è un piacere

ma non è diverso dalle forme

di danza che prende la tenda

se dalla finestra viene il vento

tu le guardi le tocchi

tu le ascolti e di nuovo le aspetti

 

 

9.

il viaggio più strano comunque si dissipa

se non si raccoglie in racconto. il fatto è

che chi dice mescola il dire ad un mare

di detti che fanno ressa ai lati e fanno

muro anche se non cercati: è l’ineffabile

questo in formato popolare è la vittoria

della diffusione: il detto come sfondo

 

e sarebbe troppo facile ora fare la figura

col silenzio

fare il quadro

con il buco al centro

anche perché ogni buco è già riempito

l’orrore del vuoto è confermato

non resta che chiudere le finestre

fissare ancora la mela nel suo rotondo

seguire la screpolatura del muro

e il colore che qui è falso disfacimento

 

perché invece è strato su strato

è ciò che siamo divenuti senza saperlo

insieme a questo muro

 

10.

 

lo capisci ora perché per secoli

chi aveva intelletto d’amore

se ne stava al limite del condiviso

lo capisci  lo strappo la negazione

del volto

e forse hai anche intuito il luogo

senza cancello  il ciuffo di pianta

grassa emerso dal sotto di un sasso

e poi senza altro in mezzo all’infinito la mossa

linea del mare

e il fragore che ripete

il facile enigma della risacca

 

11.

la parola mezzo aperta e mezzo chiusa

la buccia tagliata e un po’ del succo

che si sversa

 

la parola della frutta il tendersi della pelle

il sale che entra nei pori una specie

d’intelligenza vegetale riottosa

al concetto al riassunto all’economia

 

la cosa che sta lì o insieme ad altre cose

la natura morta la bottiglia

che dice metafisica questa sospensione

questo non aggiungere altro e ripetere

soltanto lo stesso disegno lo stesso

colore

 

12.

e capisci ora che l’intreccio è impossibile

che non si parlano le due facce

e solo le tiene insieme

un altro mistero reso domestico

e questo è stato sempre il tuo lavoro

allungare le dita dove dita non sono

tracciare nell’aria ciò che nell’aria

non tiene il metallo: è il guinzaglio

della parola la disciplina delle cosa

e la cosa è oltre l’aria

e la parola è oltre la pagina

ma intanto di strappo in concerto

si dispiega si è dispiegata una vita

 

 

13.

e ora dentro i limiti di ogni cosa

varcato il quinto decennio la ruota

che sta per compiere il giro

il resoconto: ogni cosa ha un limite

per suo statuto e non solo nel tempo

anche ciò che è giusto

giunge un tempo in cui non lo è

e ciò che va male ad un tratto

si capovolge

e tutti dicono che sia normale

 

normale il deserto il cialtrone

normale la dimenticanza della differenza

tra cialtrone e deserto

tra chi sa suonare lo strumento

e chi lo picchia in terra

per fare lo scimmione

e tu ti chiedi come fanno

a non accorgersene che muove

le mani senza suonare

che neanche le ha le mani

come fanno a non vedere

che non ha le mani

e che non sa suonare

ti dicono che non è importante

suonare e neanche le mani

e allora -di grazia- cosa lo è?

 

14.

gli uomini al fiuto distingue quelli

che hanno visto e per questo

disarmati e quelli che insistono

a ripetersi di essere qualcosa

che non si sanno cavi

fluenti non si sanno pieni

di ciò che è capitato e chiamano

il gioco del caso un volontario

destino e nell’appanno che fanno

credono di essere faro ed è solo

altro disfacimento altra zavorra

al rumore

eppure il semplice fa semplici

le cose: qualcosa lì in fondo

si solleva  assume una forma

e poi s’inclina declina s’eclissa

e la differenza vera la fa l’altezza

non da terra che basterebbe aria

gonfiata ma dal cielo ch’è secchezza

ed è proprio questo che il fiuto

misura quello che intangibile resta

 

15.

ora fermati lascia disporre

al sistema venoso l’intreccio

di ciò che gira e irrora

di ciò che alimenta

e riscalda

lascia al muscolo ripetere

il suo verso

senza voce che lo sovrasta

senza parola dalla storia

lascia il canglore

della tivvù il sibilo del computer

e del suo processore coatto

a calcolare

in numero ciò

che non lo è ma che ora

è una pappa universale

uniforme e digitale

 

lascia a chi non parla

alla cellula all’osmosi

all’equilibrio delle sostanze

all’eccesso di nicotina

al lavoro di smaltimento

alle tossine che ci provano

e che magari anche oggi

saranno respinte tuo malgrado

e annacquate in generico

invecchiamento del corpo

 

lascia all’endorfina naturale

fare il suo lavoro

di persuasione oltre la retorica l’inganno

ruota insieme anche tu

nel cerchio dove tutto

resta aperto

 

 

16.

 

le parole sono vicine si poggiano

sulla pagina prendono posto

si mettono di fronte di sbieco

fanno con il loro succo

una mappa

 

mescolano mente e corpo

si fanno fonde s’acuminano

si fanno pozzo e spillo

si ordinano

 

e non sono mai state le parole

che ti dico

sono sempre sciolte

e scivolano spariscono

pur restando ferme

che verba volant

e ogni altra cosa vola

e si disfa perciò ti chiedo

di prendere a volo

il senso

di non seguire parola per parola

 

piuttosto sparla straparla che in mezzo

qualcosa scende e si deposita

poggia sulla pagina s’acquieta

 

 

17.

ora sii duro – non buono- nello sguardo

enumera le volte che hai chiamato

le ragioni dispiegate lo sforzo anche

di collocare le tue ragioni tra le altre

e fai il conto delle risposte e delle intenzioni

della qualità dei contatti delle volte

in cui la fiducia e la stima si son fatte

spazio d’azione concreta e invito

ad operare

 

metti sulla riga

verticale

del foglio

l’opera in uscita e il suo puntuale

riscontro

la parola detta e quella fraintesa

la parola detta e quella ignorata

guarda al gioco di squadra e alla

mancanza tua di diplomazia

 

ma non passare sotto silenzio

la viltà del vicino che sorridendo ti fa

fuori e l’insulso

gioco da letterati che è la vera

continuità nei secoli di questo darsi

da fare con le parole

anche se lo chiami manierismo

è debolezza di carattere e di morale

anche se veste panni di stile

è impossibilità pura di creare

qualsiasi stile

 

 

18.

 

guarda con attenzione l’arco

di questo tempo: l’inizio l’agire

del caso il riconoscimento

della radice l’accettazione

del qui e dell’ora

come il senso ha lavorato

il resoconto e il progetto

l’analisi e l’invettiva

riguarda: gli amici la condotta

l’ingombro dell’io e le pulizie

di primavera il punto

di distensione di rinuncia

guarda come poi si biforca:

 

il corpo e la sua storia

il piacere caricato la perdita

dei denti la sonda minimale

per l’assaggio di paradiso

lo scorno la ripetizione

e poi dall’altra parte il senso

condiviso l’intesa sui modi

di fare il fare insieme

il fare/contro il fare/per

e infine il disfare

 

senso scorporato e corpo insensato

l’uno immaginato a specchio

e l’altro al macello l’uno urlato

l’altro in silenzio

 

ora prendi gli estremi dell’arco

senza chiudere ancora il cerchio

e traccia col corpo il passaggio

-qualunque sia il suo senso-

poi raccogli gli strati

riattraversa superficie sotto superficie

e taglia in mezzo fino alla figura

 

19.

 

l’asfalto le risa che sprizzano da una finestra

o l’urlo ma soprattutto l’ordinario andazzo

delle cose scritto nei gesti e nelle parole

della maggioranza che s’incrocia: è il mare

di latenza dove nulla è tanto acuto da essere

davvero nulla né tanto smorto da non esserci più.

 

 

20.

 

e c’è anche una tensione che si scioglie un morso

ospitato di serpe a lungo covato e nutrito che allenta

la presa

e ora che i denti solleva si gonfia la parte ferita

e si vedono meglio i lembi il punto esatto

dove l’amo ha scavato di strattone in strattone

il suo lungo aggancio: è tuo diritto nuotare

nell’elemento è un gioco sciabordante di pesi

di spinte è tenere bene il respiro ad ogni affondo

 

perché quando si mescola sangue e veleno la pelle si fa

più scura e un pensiero nato per giungere ad una stella

s’inceppa

e devìa

ora prova  a pulire bene il vetro della bottiglia

e scava lì dove più duro è deposito e detrito

ma sappi anche trovare il nero e raccoglilo

in un punto solo con tutto il coraggio poi gettalo via

 

 

21.

il mondo che c’è che vedi è tutto disteso

e mosso nello spazio delle palpebre

aperte

che lo raccolgono

al di là di queste finestre o ferite

di questo passaggio

della luce o della notte

non c’è mondo ma una strada

rivolta

in altro buio e in altra luce

 

tutto è incommensurabile:

una pietra non è una pietra

una forma non è una forma

 

puoi anche provare a stare

in bilico tra fuori

e dentro

questo confine delle palpebre

ma non puoi cancellare niente

 

puoi solo aprire e chiudere gli occhi

c’è un inizio là c’è una fine

 

 

 

(2009)