"Memorie dal sottosuolo"
di Alfredo Anzellini
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Memorie dal sottosuolo, di Alfredo Anzellini
di Giovanni Andrea Semerano
"Sebbene molti abbiano qualche idea interiore abbastanza urgente, tuttavia i più delle persone si nutrono di abitudini che impediscono loro di mettersi in luce quali protagonisti nell’orbita delle vicende impegnative, creative. Di queste vicende sappiate, al momento giusto, ascoltare tutto quello che è inteso a suscitare, e non a spiegare o tanto meno a figurare."(E.V.)
Definire l’opera qui virtualmente esposta vuol dire cercare di dare uno sguardo semplice e di impressioni che se, da un lato, tengono conto del supporto virtuale del mezzo, dall’altro, individuano come la pittura e il segno invadono ogni nostra possibile attenzione e qui è come se una ripartenza del ripartire, tra rigore e liberazione, diviene quadro, pittura profetica dove Villa già dal lontano 1947 coglieva come tensione e verità in artisti come Burri, Matta, Fontana, Rothko.
“E’ l’ultimo e grandioso, accertamento di una segretezza della fissità perenne e della indifferenza dell’essere. Non dell’essere “qui” e “ora”, che è vano; ma dell’essere né qui, né ora, né ovunque, né mai; come semplice inizio talmente affine all’inizio contemplato dal sorgere e tumultuare del mito; l’inizio di porre sotto il controllo della creatività le forze più remote nel fondo dell’abisso umano, il grande oscurissimo prorompere degli enigmi operanti, delle assolute semplicità, le contese della avventura non trasferibile, della tensione sospesa che ferma il corso delle energie e tende a significarle; significando l’agitarsi e volgersi e risollevarsi e contrarsi e diramarsi delle direzioni che reggono il dominio della inferna naturalezza”.
Ecco dunque i volti e i risvolti di un processo pittorico che affronta la macchina virtuale per tornare a essere pittura nel tentativo di uscire dal paragrafo inteso come limite di significato, o mera didascalia, per diventare invece figura capace di proiettare “l’inquietitudine e il presentimento” del mondo. Da Dostoevsky a Villa, senza dimenticare l’idea del viaggio in solitudine, viaggio oltremodo fuori dal sottosuolo, là dove sguardo si vede, dove colore esplode e implode una virtualità che fa la cancellatura o la sovraesposizione di termine, dove il termine pone se stesso nel limite della fine dove la carta può assorbire colore e lo schermo virtuale toglierlo o aggiungerlo. Memorie dal sottosuolo di Alfredo Anzellini e…
“Allora dimenticate:
il gusto, e i successivi bivacchi, delle apocalissi
il dogma neutro dei logos e delle sezioni auree
gli schemi delle scialbe attitudini euclidee o gaussiane
e tutto lo scatolame delle irritazioni ibride, dei parallelismi dialettizzati, dell’anima-corpo, delle pastoie ereditarie
i nodi e i grumi e le sbarre dei silenzi onirici
e le chimiche astruse dei poissons solubles
e tutti i fantasmi della geografia poetica o pittorica
e i tuffi nelle circostanze desolate dei paradisi, dei limbi, degli inferni
dimenticate i sofismi dell’eleganza sensitiva e le superstizioni voluttuarie,
e allora vedrete spiralizzarsi la vita anche da un seme posato su una lastra di granito scuro…”
Eccoci dunque dentro un universo pittorico che Anzellini d’istinto sembra aggredire, liberare da ingorghi e pastoie e cesure che ne possano traslare il senso, volti e sguardi ritratti, forse autoritratti, presi-persi nella memoria che per trovarla ecco che il tempo fa il movimento della macchina virtuale che impressiona il quadro dove quadro non c’è più. Allora quale memoria? Quale sottosuolo? La ricerca è qui portata a fare i bendaggi, a coprire le ferite, a dire e ridire ancora che il sangue di un poeta è ancora qui, che resta con noi, che la menzogna è la commedia umana che ignora la morte, lo strato sotto cui altro strato è, dove però l’essere qui ha il suo alfabeto, segno nominato che gioca che fa intravedere la memoria “d’un ordre considéré comme une anarchie”, tra Le coq et l’Arlequin, a fare posa in opera, che resta con noi. E questi volti si mescolano sottoterra, si investono di materia concettuale, sovrastano ciò che la pittura o la “vanità della avanguardiapolimaterica (viziacci)” di certa virtual manieristica visione impone dall’interno come luogo di scardinamento e qui si agitano le tenebre, e il pensiero si fa oltre l’imprevisto. Torna la mano a fare il segno tra pieghe incontrastate di un tempo che è immagine, solo immagine, ma la memoria di Anzellini alza lo sguardo, e quasi con voce urlante sembra riscrivere, sembra ridire le parole antiche del poeta:
“Usate i materiali che portino il sigillo delle origini create: sono strumenti per penetrarsi; per bruciare senza incenerirsi, senza intenerirsi; per illuminarsi senza consumare:
Nel luogo della coscienza. Per l’occhio interno non c’è che una sola unità, una sola identità, una sola complementarità, ed è quella della coscienza coniugata agli abissi che la generano e la alimentano. Allora noi parliamo, per l’occhio interno, di coscienza militante, e nominiamo l’abisso:
non alone metafisico
non atmosfera esposta allo sbaraglio della indifferenza e della smentita
non aria da respirare ma organismo
ma semenza del chiaro
fonte della misura libera e il limite
matrice della coscienza generale e delle spinte originarie”. E le parole di Villa è chiaro che spingono a tracciare i segni di un nuovo luogo della coscienza. Ed era il 1947, quando Villa scriveva di Matta, Burri, Rothko, Duchamp, Pollock, Cagli, Fontana… in Attributi dell’arte odierna 1947-1967 (ed. Feltrinelli 1970). Una indefinita emozione ci prende a guardare i volti, a guardare queste memorie dal sottosuolo di Alfredo Anzellini. E’ come se ci trovassimo di nuovo di fronte a un segno iniziatico, a una traccia da seguire, “qualcuno dovrà tentare la ricerca degli strumenti di liberazione e la misura dei luoghi della libertà, le dimensioni dell’abisso”, siamo dentro un suolo dove prima c’era una profondità, siamo in una superficie dove sotto c’è una profondità, siamo dentro una memoria dove la profondità genera superficie, resta con noi, resta dunque questo sguardo, questo volto, restano questi occhi che guardano, resta questo segno, resta dentro e dentro è fuori, resta il sangue di un poeta che pone se stesso al di fuori dove fuori è dentro, dove cresce la vita ma cresce anche la morte, dove il finito e l’infinito restano, e l’idea è qui segnata, e “l’immagine, il segno, il suono, il rapporto e il fenomeno che li capta, non sono cose, non sono oggetti: ma sono azione. Un quadro è l’agire.” E bisogna scendere in queste memorie di Anzellini oggi, anno 2010, ancora per comprendere e ancora riscrivere, e ancora ridire, e ancora trovare e restare e constatare ancora questa incredibile solitudine del vero, che porta l’arte a essere espressa in zone limite, dove il contagio con l’irreale è configurato nel guardare e nel non fingerselo lo sguardo. Memorie che faranno anche un libro, il libro di Anzellini, come una sonata per piano di Stravinsky, a fare la comprensione, a ridire il tempo, che tempo è darsi anche una prigione, dove la prigione diventa familiare, e l’immobile si configura a fare un non testo nell’attesa che da questo scaturisca verità. La pittura è qui in prigione, nella scatola virtuale, prigione che impone lo star fermo, prigione che rassicura, perché dà i colori, dà la luce e il buio, prigione che è sottosuolo da cui però memoria esce, e il canto d’amore è qui nello scorrere quasi a ricordare l’effetto diapositiva, ma nella visione ritroviamo la mano che fa la pittura, fa il prima ma anche il dopo del quadro. Pittura e virtuale si scambiano di luogo e ritrovano movimento e ridanno il tempo allo sguardo. Volti e risvolti di un andare e venire fuori e dentro la vita, fuori e dentro la poesia, vero e falso, dove il sangue del poeta è idea ma anche memoria, è segno, matrice per ridire resta con noi. “la comprensione o, come si dice, l’intelligenza, non è un divertimento sensibile o una divagazione, ma è una forma creata nel senso della intensità, della chiarezza, dell’unità. E’ agire. Per pagare il prezzo di ogni azione, e per far scaturire nell’uomo lo spirito dell’uomo, bisogna essere persuasi che:
l’ordine dello spirito non è l’ordine meccanico, né qualunque altra cosa analoga: ma è l’oltre, è il chiaro.
L’unità-chiaro sottratta all’infinito l’aumenta all’infinito, o l’unità addizionata aumenta all’infinito lo diminuisce all’infinito”.
Anzellini in queste memorie dal sottosuolo prova a ridire, e nel chiaro è fuori da ogni logica poetica, da ogni lirismo e né si abbandona a chissà quale rattoppo, Anzellini opera per voce sola, costruisce una memoria, un volto, il suo risvolto, e percorre il sottosuolo. E’ in prigione? E’ fuori dalla prigione? E’ nell’esperienza e questo lavoro è una autentica allegoria, ha il gusto del colore, del segno, dell’orizzonte, della carta, ma anche è coscienza del suo riflesso, dell’effervescente attrazione del mezzo virtuale che trasforma il sottosuolo. E l’opera è qui, resta con noi.
Alfredo Anzellini
Dal 2001 Alfredo Anzellini, opera in Camera Verde, dove ha presentato i seguenti lavori:
- 2001. Messainforma
- 2002. Il Casanova di Alfredo Anzellini
- 2003. Eros
- 2003. Onfalo: del centro, del margine e della cancellatura
- 2003. Salò, visioni da un film
- 2003. Antologia Anzellini
- 2004. Teleguerra
- 2005. Omaggio a Pablo Picasso
- 2005. Morte a credito
- 2005. In morte di Carmelo Bene
- 2007. In Macchina, dall’Ulisse di Joyce
- 2007. Falce e martello
- 2008. Il rogo. La Passione di Giovanna d’Arco
- 2009. Il muro
- 2010. D’Après Ingmar Bergman, Persona 1966
- 2010. La piega
Numerose pubblicazioni documentano il percorso di Anzellini, fuori e dentro la Camera Verde. In corso di stampa sono i lavori Elle a chaud au cul (L.L.O.O.Q.), La Sindone Sacra e La piega. Alfredo Anzellini è inoltre l’inteprete dei seguenti film di Giovanni Andrea Semerano: Casanova, frammenti di un mosaico (2002); Morte di un usignolo (2002); Il movimento assente (2003); La trincea (2004); Umano non umano (2005); Umano troppo umano (2007-2010).