Krokodyle
Un modello per la morte, le visioni secondo Stefano Bessoni
Non con il corpo muoiono le grandi anime
Tacito
La Camera delle Meraviglie di Stefano Bessoni illumina lo schermo. Ci troviamo dentro una lanterna magica, non di quelle bergmaniane, anche se i fili di tutte le lanterne magiche uniscono e si uniscono. Siamo dentro una Camera mentale estremamente raffinata e circoscritta. Dove i pochi personaggi che la animano in verità muovono e creano molteplici visioni che, se apparentemente sembrano immobili, creano vortici di immagini e spazi e luoghi, fuori e dentro il film. Apparentemente ci troviamo in un sogno ma in realtà è il documentario di una visione pensata, pensata dal suo protagonista, un filmaker che continuamente fa coincidere il suo luogo mentale con quello della sua cinepresa. La voce fuori campo, una voce di dentro, la voce di Kaspar, illustra i vari segmenti e capitoli dove la storia viene appuntata con dovizia di particolari.
Stefano Bessoni non è un regista dell’horror, né tanto meno si può classificare dentro le solite etichette: regista gotico o altre semplificazioni. Il cinema di Stefano Bessoni vive letteralmente di visioni che fanno il campo e il controcampo a un’idea che si evolve dalla figurazione pittorica edalla forma cinematografica partendo da un corpo letterario, cosa che raramente accade di vedere nel cinema italiano. Carroll e Kafka, Collodi...e dentro le letture, Bessoni esplode un senso surreale ma al tempo stesso metascientifico, c’è molto Topor, ma soprattutto c’è molto delle visioni di Bosch. In ogni film di Bessoni si stratificano diverse zone che richiamano Il Giardino delle delizie o il Trittico degli eremiti del pittore olandese, ma soprattutto per comprendere il suo cinema dobbiamo avere bene in mente che il suo vero punto di partenza è in verità quella congiunzione che esiste tra la parola e l’idea dell’immagine che essa esprime. Bessoni non è un tratteggiatore di spazi onirici, non fa gli appunti con una messa in scena macabra, Bessoni è un realista compositore di partiture per parole a cui seguono strani suoni che diventano prima figura e poi immagine in movimento e alla fine assumono il corpo definito del tempo. Bessoni è un disegnatore attento e straordinario, ha con la fantasia un rapporto segreto che non fa capo soltanto a un percorso onirico. Bessoni studia davvero non solo il suo universo, studia attentamente ciò che vede e quello che vede è nei suoi film, soprattutto in Frammenti di scienze inesatte e in quest’ultimo Krokodyle, ma anche nei suoi lavori precedenti, Pinocchio apocrifo, Storia di un burattino in 10 quadri, nel Totentanz 1994 e in Gregor Samsa 1993, l’universo di Bessoni si esplica quasi scientificamente, in senso estremamente realistico. Il suo cinema non è allusivo, non vuole spaventare, né fare bù dietro le spalle ad alcuno, il suo orrore nasce e cresce nella mente e qui resta fermo, e si ramifica lentamente. Il suo cinema non crea trame, ma allegorie dove paure, follie, fantasmi, mostriciattoli, insetti, topini, scheletri, rettili, ‘osceni meccanismi’ e altro ancora, prendono vita come se uscissero davvero da un quadro di Bosch, o da una pagina di Lewis Carroll, o come se prendessero a prestito le parole di Kafka per vivere. E dallo studio attento di queste parole, il suo cinema propone quadri di una vita semplice, i quadri di Bessoni sono semplici. E tutta la filmografia di Bessoni è intersecata da un uso incredibile della parola, parola intesa come corpo, come qualcosa che si può, anzi si deve immaginare, parola che deve necessariamente diventare prima segno e poi sviluppo nell’immagine. E Bessoni agisce come un piccolo archeologo della memoria, non solo sognante, o alchemico, propriamente lui costruisce favole. Trova prima le lettere e poi compone la parola e via via gli si fa addosso la storia, e dopo la disegna e dopo la filma... Krokodyle ha dalla sua, una semplicità che gli deriva proprio da una estrema libertà di composizione e di manovrare un humus che Bessoni conosce bene: ci troviamo dentro una caverna di follie mentali che attraverso una scarna messa in-scena, si mettono in moto piano piano e ci portano dentro. E’ come se ci trovassimo davanti un camino dove il fuoco brucia la legna e il calore avvolge non solo l’oscurità ma tutte le parti fredde. Bessoni utilizza il mezzo cinematografico per fingere di raccontare una storia privata, ma in realtà riguarda tutti noi, curiosi, attenti divoratori non solo di storie ma di verità limpide, chiare, non frutto di effetti più o meno votati a truccare le emozioni o ad attirarle ora dentro e ora fuori il camino mentale che le genera. E non può sempre essere una questione di superfici, il cinema horror (se horror non è) deve far respirare nelle sue superfici le profondità che racconta, altrimenti restiamo dentro esercizi patinati dove l’effetto misura soltanto la stupidità di chi l’ha costruito. Si potrebbe consigliare a più di qualcuno di vedere il Vampyr di Pere Portabella per comprendere cosa vuol dire fare e filmare un film horror, ma del resto anche i cosìdetti maestri come Rambaldi cadono dentro le loro stupide creature (basta pensare a E.T.).
Bessoni in Krokodyle racconta la storia di un cinefilo della sua solitudine, della sua capacità di vivere dentro le proprie immagini, si chiama Kaspar Toporski di origine polacca... Roland Topor non solo è presente come ombra visionaria e come corpo, ma dà la possibilità a Bessoni di tracciare quel filo pericoloso che unisce le cose oltre il senso stesso del sogno apparentemente privato. Krokodyle è soprattutto un atto d’amore nei confronti di tutti i fantasmi e di tutti gli sguardi che Bessoni ha incontrato nella sua fenomenologia alchemica di artista, di regista, ci sono tutti...cinema, fotografia, pittura, letteratura...e questa condivisione d’amore non possiamo non abbracciarla, non possiamo non comprenderla. Il sogno è questione di volontà per riuscire a portarlo a termine, perché non finisca nell’oblio del nulla. Le cose che Kaspar cerca sono tante, non è soltanto il fatto di fare un film, intanto Kaspar protegge e costruisce la sua tana-camera con un
amore e una tenerezza che lo rendono ancora di più fuori dal film stesso. Kaspar è un personaggio- guida, un’idea, è la voce della luna. L’immagine cerca continuamente di raccontare una storia, ma in verità quello che Bessoni costruisce è un bozzolo, un involucro filmico attorno a una parola: morte. Ma non una morte psicologica o tanto meno letteraria o macabra, qui la morte è filmica. Bessoni protegge la sua creatura con tutta una serie di elementi che fanno di Krokodyle un’opera davvero unica nell’universo cinematografico italiano. Intanto gli attori, pochi e tutti bravi, fusi tutti dentro il bozzolo come frammenti di personaggi che non devono dire o fare più di tanto, tranne chiaramente Orfeo Orlando che interpretando Theophilus ha l’onere di incominciare il film con una passeggiata improvvisa, e poi di raccontarlo e alla fine di chiuderlo, rifacendo la passeggiata iniziale. Dicevamo la parola chiave: morte, che il personaggio Helix interpretato da una brava Jun Ichikawa, evidenzia attraverso l’uso della fotografia. La sensibilità e la delicatezza di Helix, sono la parte di un circuito sognato che ci porta dritti dentro lo specifico fotografico. La fotografia di Helix mette in scena il corpo stesso della morte. E c’è poi il folle Schulz (Franco Pistoni) che rincorre l’esperimento di ridare vita alla morte, “Non esiste la materia morta, la morte è solamente un’apparenza, dove si nascondono nuove forme di vita, forme infinite sorprendenti, inesauribili...” ci dice dritto negli occhi quel matto di Schulz... e infine l’amico Bertolt Kleist (Francesco Martino) regista e compagno di frammenti di tempo che segnano non solo la morte fisica ma anche quella delle idee. La morte al lavoro, dove il lavoro imposto dal sistema distrugge qualsiasi possibilità di sogno. Bertolt ce l’ha fatta a girare un film ma è rimasto stritolato dalla violenza e dalla gratuità, dalla miseria e dalla superficialità che il sistema ‘reale’ offre a chi vuole fare cinema. Kaspar Toporski impersonato da Lorenzo Pedrotti bravissimo nel calarsi nei panni di Kaspar (quasi un alter ego... di Antoine Doinel...del resto il campo dove si muovono Truffaut e Bessoni è simile, opposto ma simile, entrambi devono molto a Henry James e al suo altare dei morti) si muove dentro una ragnatela perfetta, semplice, egli trova la strada opposta a quella di Bertolt per fare il suo film, e trova tutto nel corso del suo tempo. Stefano Bessoni cuce e ricuce immagini e visioni. Krokodyle è un film sul cinema, una piccola riflessione sull’immagine e su ciò che resta, ma è anche il tentativo scientifico di dire che si può amare il proprio sogno aldilà di tutte le percezioni reali. Aldilà delle imposizioni che la materia debole e refrattaria al tempo stesso, ci costringe obbligandoci a sottostare al nulla, a perderci nei clichè disarmanti di quello che sia la impostura del sistema commerciale che quella del sistema cosìdetto culturale impongono. Bessoni crea un sogno, e filmandolo lo studia, apocrifamente e didatticamente, e ci porta ad attraversare la fine, la fine di Kaspar Toporski, perché è di questo che tratta il film, come vedere la fine, che cosa è la fine non solo di un sogno e quali tracce lascia questo circo incredibile che la nostra memoria innesca? Bessoni attiva tutte le armi della sua Camera delle Meraviglie e lo fa con una delicatezza e una tenerezza tipica dei libri di Lewis Carroll, si avvicina a Gilliam, a Greenaway, ma poi usa anche il bosco, quanti rami per quelle congiure care agli innocenti... e il primo homunculus che Kaspar anima, nasce da delle radici, ma qualcosa non funziona, la natura chiaramente è violenta, e allora Kaspar comprende che il suo Homunculus deve nascere dentro la sua camera delle meraviglie, è l’intimo che deve far nascere qualcosa e allora, ecco che la trasformazione avviene come per caso, dentro un barattolo, come un fatto naturale, come ci trovassimo tra le prime righe della Metamorfosi di Kafka. ...e c’è molta pittura, il blu e il verde sono colori fondamentali per la fotografia densa e spessa di neri, e i muri, i tetti, le grondaie, la pioggia, i binari, le strutture industriali dismesse, e le pozzanghere, il fiume, ma anche la matita che disegna, che fa i fondali alla fotografia...Krokodyle è il film su una parola e la parola è morte, tutti i personaggi guidati da Kaspar si muovono su questa superficie, tirando su dai profondi fondali, visioni e ombre e paure e altre creazioni della mente. E nella rete il corpo prezioso di una parola. Kaspar trova questo corpo, si mette a filmarlo, trova i frammenti e li mette insieme, trova le parole e le mette insieme, trova i disegni e li mette insieme, trova gli amici e li mette insieme, fino a fare il circo a questa parola che fa un suono dolce, una parola che innesca il sogno del divenire e del trasformare. E’ ammirevole come intanto Stefano Bessoni non si addentri nelle iperbole psicologiche visioni e tanto meno, come i coltivatori di stracult dell’horror vorrebbero, non si metta a fare il gioco della paura paranormale o altro, ma è non solo ammirevole
come in verità egli ci illustra semplicemente la vita di Kaspar Toporski, che mai ci dice che sta per morire, e la riflessione risieda soprattutto sul senso del piacere e del dolore intesi come luoghi inseparabili della mente e del corpo. Kaspar e Bertolt sono inseparabili... ma anche Helix e Schulz sono inseparabili da Kaspar, In Krokodyle tutto è immediato, e Stefano Bessoni è un regista d’autore, cioè fa film che inseguono una verità, quella verità che Jorge Luis Borges trova in queste parole: “Per concludere, dirò che credo nell’immortalità: non nell’immortalità individuale, ma sì in quella cosmica. Seguiteremo a essere immortali; al di là della nostra morte corporale rimane la nostra memoria, e al di là della nostra memoria rimangono i nostri atti, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti, tutta questa meravigliosa parte della storia universale, anche se non lo sappiamo ed è meglio che non lo sappiamo”. Krokodyle filma la morte del cinema, la morte al cinema, la morte filmata o appena tratteggiata, la morte nella fotografia, la morte attraverso la fotografia...Una parola che lascia che la storia si racconti come fosse una parabola o semplicemente un disegno, un appunto, come un’animato sogno intimo d’amore, dove l’amore è e resta in verità lo scopo e il raggiungimento di questa esperienza. Kaspar e Helix sono un tutt’uno, hanno una coscienza comune hanno la stessa avventura, restano dentro la stessa parola con la stessa forza e energia. Hanno le stesse ossa... Bessoni traduce in piani fissi, con inquadrature ferme ora dal basso ora dall’alto, non crea il piano sequenza e nemmeno traduce il sogno attraverso dissolvenze di montaggio, tutto è come se fosse fermo. Induge sui corridoi (di kubrickiana memoria). Tutto è come se fosse all’interno di una memoria che raccontando ferma capitoli di un’esistenza che ha prodotto tempo e movimento. E per questo c’è il super 8, ma anche la tecnica di usare in maniera totalmente originale i cartelli tipici dei film muti. E come non riconoscere le esperienze dei primi navigatori del cinema scientifico come Eadweard Muybridge. Bessoni osserva le sue creature come fossero veramente uscite da una grotta e allora si siede e le pensa e le scrive e le disegna e le filma e tutto questo è nell’immagine nel medesimo istante. Krokodyle è un film-non-film, è la versione onirica di una notte americana che giunge da lontano, è una lettera che Bessoni scrive a mano, anzi con la lettera 22, è una camera verde, abitata da tanti occhi, da tante idee, da tanti dettagli, anche da qualche errore perdonabile come alcuni dialoghi un po’ troppo strutturati per essere davvero dentro un sogno reale, vedi la parte riguardante Wenders e sull’angelo, dialoghi che Kaspar e Bertolt stringono troppo tra i denti e gli occhi, e poi sappiamo quanto e come in verità Wenders non solo voli basso ma faccia fatica anche a mettersele le ali. Ma è chiaro che qui Il cielo sopra Berlino diventa lo scopo per sostenere l’altra morte quella di Bertolt appunto, l’angelo insieme a Kaspar...entrambi in verità muoiono e si contrappongono al sistema usato da Wenders, là dove Il cielo sopra Berlino enfatizza con tutti i carismi del caso l’immagine della Morte, qui invece Bessoni produce l’effetto contrario proprio perché parte dalla parola, una piccola parola, simile a una bara che esplode immagini che non hanno bisogno del volo della cinepresa per essere dette. Questa è la forza di Krokodyle, dice le cose semplicemente, quelle cose che hanno attraversato non solo tutti i filmaker, e filma partendo da cose apparentemente magiche che subito, attraverso l’uso del documentario che Bessoni produce, ci diventano familiari, e riconosciamo la vitalità che dentro questo bozzolo piano piano si esprime. La morte di Kaspar Toporski non ci viene raccontata, ma gli occhi di Helix non mentono, e Theophilus (autentico inquilino di questa fantasmagorica allegoria da Camera delle Meraviglie) è l’amico prezioso che ogni costruttore di immagini vorrebbe. Kaspar in verità lo crea a protezione del suo film, è lui che conserverà la pizza... In questo film come nelle favole la morte non si vede, ma si sente sempre e alla fine di questa passeggiata improvvisa che è Krokodyle, ritroviamo il circo, ma riconosciamo soprattutto la matita, il segno, che sono l’origine della caverna, e quel sorriso di Theophilus, che tiene stretto la pizza del film, ci fa ben sperare che la giostra non è ferma, che se abbiamo ancora persone capaci non solo di sognare ma di trasformare il proprio sogno in un film, come Stefano Bessoni, allora possiamo tenerci saldi a questa zattera, a questo filo pericoloso delle cose che ferma le cose dentro un’immagine e le rimanda a un’altra immagine ancora... perché il senso di tutto è quell’amore che resta sempre prima e dopo le ceneri, prima e dopo la caduta, e alla fine sembra di stare nel quadro di Munch: Gli occhi negli occhi, Helix e Kaspar si salutano così come le figure del quadro... è uno sguardo perso? O è uno sguardo preso?
Stefano Bessoni con questo Krokodyle traccia fortemente il punto del suo filo a unire le cose, quelle cose che possiamo esprimere bene in chiusura ancora con le parole di Borges: “Nutriamo molti desideri, fra cui quello della vita, quello di esistere per sempre, ma anche quello di interromperci, oltre al timore e al suo contrario: la speranza. Tutte queste cose possono avvenire senza immortalità individuale, non ne abbiamo bisogno. Io, personalmente, non la desidero e non la temo; per me sarebbe spaventoso pensare che continuerò a essere Borges. Sono stufo di me stesso, del mio nome e della mia fama e voglio liberarmi da tutto ciò.”
Gians